La scommessa da 12 miliardi di euro del Global Gateway dell’Unione europea in Asia centrale si ferma alle materie prime, ai trasporti e all’energia. Manca però un pilastro fondamentale: la ricerca. E il Kazakistan è pronto a essere un partner, non una cava, scrive Sayasat Nurbek, ministro della Scienza e dell’Istruzione.

Bruxelles ha deciso che l’Asia centrale conta. Il primo vertice centrale a Samarcanda lo scorso anno, il pacchetto Global Gateway, la dichiarazione d’intenti sulle materie prime critiche e la volontà di trasformare il Corridoio di Mezzo Transcaspico in una seria alternativa alle rotte russe rappresentano, nel loro insieme, la più ambiziosa apertura europea verso la regione dell’ultima generazione.

“Da ministro kazako, accolgo con favore questa evoluzione. Ma vorrei evidenziare un elemento che l’attuale strategia trascura”, dichiara Nurbek. “Basta osservare come vengono distribuiti i 12 miliardi di euro: corridoi di trasporto, materie prime critiche, acqua ed energia, connettività digitale. Ogni euro è destinato a ciò che può essere estratto dall’Asia centrale o trasportato attraverso di essa. Nemmeno uno è destinato a ciò che può essere creato insieme ad essa”.

L’Union sta costruendo una partnership sofisticata con il Kazakistan che, finora, considera il Paese come un giacimento e una via di transito, non come un luogo in cui si produce conoscenza. Si tratta di un punto cieco strategico, e “colmarlo è nell’interesse dell’Europa stessa”, prosegue Nurbek.

“Consideriamo la logica che la Commissione europea applica alle materie prime. Olivier Doens della DG INTPA lo ha affermato chiaramente a Bruxelles questo mese: non basta garantirsi l’accesso alle miniere mentre altri dominano la raffinazione, la trasformazione industriale e la tecnologia. Il potere, ha detto, sarà nelle mani di chi controlla l’estrazione, la raffinazione, la lavorazione, gli standard di trasporto, i finanziamenti e, in ultima analisi, la capacità industriale. Ha ragione. Ma questa logica non si ferma alla metallurgia. Lo stesso vale per la conoscenza”.

Il ministro ha spiegato cosa il Kazakistan può realmente offrire, molto più di quanto Bruxelles sembri attualmente ritenere. Negli ultimi tre anni il Paese ha ricostruito l’infrastruttura istituzionale del sistema di ricerca, adottato una nuova legge sulla scienza e la politica tecnologica, raggiunto livelli di maturità tecnologica (Technology Readiness Levels) come standard per la valutazione della ricerca.

“Ci siamo inoltre impegnati per legge ad aumentare la spesa in ricerca e sviluppo fino all’1% del PIL entro il 2029, con un sistema che prevede il cofinanziamento privato”, aggiunge. “Non si tratta di annunci propagandistici, ma delle condizioni istituzionali, poco appariscenti ma essenziali, che permettono a un Paese di essere un partner scientifico serio e non un semplice beneficiario di aiuti”.

Anche il capitale umano è presente. Quasi la metà dei ricercatori kazaki ha meno di quarant’anni – un profilo demografico che molti sistemi di ricerca europei possono solo invidiare – e la quota di donne nella comunità scientifica è elevata e in crescita.

Circa quaranta partnership con università straniere operano oggi sul territorio kazako. L’Università di Cardiff, il primo ateneo del Russell Group ad aprire un campus in Asia centrale, è presente ad Astana. Vi sono inoltre Heriot-Watt, Coventry, Queen’s University Belfast, l’Università dell’Arizona e, dall’interno dell’Unione europea, l’Università della Lorena, Grenoble INP-Phelma, l’Università Politecnica delle Marche e partner tedeschi come Anhalt University, Hochschule Hof e Hochschule Mittweida.

Vi è poi il settore dell’intelligenza artificiale, dove la distanza tra percezione e realtà è probabilmente maggiore. “Il supercomputer nazionale kazako, Alem.cloud, basato su GPU NVIDIA H200, è tra i più potenti al mondo e rappresenta di gran lunga il più grande cluster di calcolo dell’Asia centrale”, dichiara Nurbek.

Su questa infrastruttura il Kazakistan ha addestrato un modello linguistico nazionale di grandi dimensioni, introdotto programmi di formazione sull’IA per centinaia di migliaia di studenti universitari e firmato uno dei più grandi accordi sovrani al mondo per ChatGPT Edu.

Perché tutto questo dovrebbe interessare Bruxelles? Perché le priorità dell’Unione –  transizione verde, materie prime critiche, sicurezza idrica in un continente sempre più arido, adattamento climatico, intelligenza artificiale e scienze della vita – coincidono con i campi di ricerca attivi in Kazakistan.

“Non proponiamo cooperazione su temi marginali per l’Europa”, dice il ministro. “Stiamo lavorando sugli stessi problemi, ma da una prospettiva geografica che ci offre dati e condizioni di ricerca che l’Europa non può replicare: il Mar Caspio, la steppa, i ghiacciai del Tien Shan, una delle aree più importanti del pianeta per quanto riguarda lo stress idrico e la transizione energetica”.

Inoltre, il Kazakistan ha già esperienza di cooperazione scientifica multilaterale. L’International Science and Technology Center, con sede ad Astana, gestisce da anni progetti di ricerca transfrontalieri secondo standard di governance, trasparenza e responsabilità pienamente compatibili con quelli richiesti da Horizon Europe. Una simile esperienza operativa è molto più rara tra i potenziali partner di quanto Bruxelles tenda a pensare.

“Ciò che chiediamo è concreto, e ha un nome preciso: l’associazione a Horizon Europe e al programma quadro che gli succederà, sul modello delle relazioni strutturate che l’Unione ha già instaurato con il Regno Unito, il Canada e la Nuova Zelanda. Mobilità reciproca dei ricercatori. Accesso condiviso alle infrastrutture di ricerca. Questo renderebbe anche più efficace il resto della strategia europea per l’Asia centrale”.

Il Kazakistan non si presenta quindi a Bruxelles come un richiedente assistenza. Si presenta come un Paese che dispone di autentiche capacità di ricerca, di una giovane comunità scientifica, di conoscenze regionali che l’Europa non possiede e di un impegno dimostrato verso gli standard istituzionali che rendono la cooperazione concreta.

L’Europa ha deciso che l’Asia centrale è, per usare le parole di Ursula von der Leyen, “il cuore pulsante dell’Eurasia”. La domanda è se la politica europea della ricerca riuscirà ad allinearsi alla sua geopolitica oppure se continuerà a considerare uno dei suoi partner più disponibili come una risorsa da mettere in sicurezza, anziché come una mente con cui collaborare.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

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